Recensione di “Alone Together” di Marco Di Stefano

Marco Di Stefano

E’ andato in scena, a Seravezza, il 6 giugno, lo spettacolo “Alone Together”. Di seguito la recensione.

Marco Di Stefano dà prova ancora una volta della sua camaleontica capacità di trasformazione continua. Uno spettacolo, “Alone together” nato nel lontano 2004 in una forma molto diversa, quasi a numeri, dove certamente gli elementi essenziali che oggi troviamo erano tutti presenti ma che a distanza di oltre 10 anni si sono fusi, amalgamati e rielaborati anche sotto la sapiente guida di “sartoria teatrale” di Tanya Kabarova moglie e musa ispiratrice di tante regie degli ultimi anni del nostro attore.
Lo spettacolo è dedicato a Romano Colombaioni che per i più è un nome senza storia ma che ha invece segnato con le sue perfomance teatrali e clownesche decenni di attività in tutto il mondo nel secondo dopoguerra della famiglia Colombaioni al servizio dell’attività circense. Attività tanto nota da far decidere Federico Fellini che proprio quella famiglia di circensi doveva essere la protagonista del suo capolavoro cinematografico “La Strada” . Uno spettacolo dedicato alla memoria di… ma non per questo limitato in un ambito onirico struggente nè tanto meno di lacrimevole ricordo. Romano è certamente una presenza viva ma discreta nello spettacolo, quasi una sorta di pungolo per l’attore in scena, che si cimenta controvoglia con il suo grande maestro quasi in una sorta di esame continuo dove vorrebbe dimostrare di essere all’altezza ma premettendo di non esserlo affatto. Ecco quindi che le gag si alternano continue, buffe ed esilaranti che prendono di mira, come da tradizione circense, qualche elemento del pubblico presente. Gag ed azioni teatrali che fanno ben comprendere la grande esperienza “da consumato attore” di Marco Di Stefano. Esperienza che da oltre 30 anni lo ha portato con merito e successo in tutti i principali festival mondiali con spettacoli nei quali il gesto, l’azione, la clownerie, il mondo della musica, si intersecano abilmente e di continuo senza cedere mai a essere protagonisti uno dell’altro ma interagendo e prendendo spunto uno dall’altro. L’azione diventa musica e viceversa il gesto diventa coreografia e pittura in movimento , la voce diventa recitazione ma anche suono articolato e dunque swing musicale. Particolarità che come da un vulcano in eruzione continua fuoriescono e conducono lo spettatore attraverso momenti del grande repertorio teatrale senza che se ne accorga. Il mondo di Shakespeare è vissuto in una mirabile esecuzione del monologo di Amleto nella versione ritradotta da Serpieri; il mondo nordico e plumbeo di Strindberg passa invece attraverso una parte del monologo di Jean della Signorina Julie,(questa volta dedicato ad una improvvisata julie tratta dal pubblico) anch’esso in una traduzione rinnovata nei termini, oppure il testo della canzone “le campane della libertà” di Bob Dylan la cui forza linguistica e contenutistica passa attraverso una recitazione a metronomo quasi da “allegro con brio di una ipotetica orchestra stravinskiana….ed infine la leggerezza malinconica e pungente di Boris Vian viene rivissuta nella canzone/melologo “Signor presidente”…manifesto anti guerra del poeta cantore…Tutte queste, che non sono semplici citazioni colte, animano e ricamano il “Solo Man Show” del nostro, attraverso una modalità leggera che serve all’attore e regista a portare avanti il suo pensiero teatrale. Un pensiero ben chiaro che unisce alla leggerezza della forma la forza del contenuto, comprendendo che per far comprender la seconda (la forza del contenuto) deve essere necessariamente rivestita della prima(la leggerezza). Forma e contenuto, leggerezza e profondità, come i grandi del passato ci hanno insegnato, da Charlie Chaplin in poi tanto per scomodare qualche grande personaggio. L’operazione dunque risulta ben calibrata e riuscita anche perchè seguita passo passo dal pianoforte di Luca Proietti (storico collaboratore di questo spettacolo) che commenta incalza sostiene e ferma con una sapiente punteggiatura musicale le acrobazie corporee e teatrali di Marco Di Stefano, ed anche da una regia luci ed effettistica di grande impatto emotivo (Alessandro Bianchi e Luca Lazzaro) Ultimo ma non ultimo l’uso della tromba. Questo strumento che accompagna l’attore da sempre è ormai quasi una compagna inscindibile delle sue produzioni teatrali fin dal lontano 1982 e forse anche prima. Marco Di Stefano da prova di conoscere le intime sonorità dei grandi standard jazz da Alone together (che da il titolo allo spettacolo) ai brani di Chet Baker , ad All of me… e molti altri fino a passare per brani Klezmer come “sono Avremel il gran borsaiolo” rendendo lo spettacolo in ultima sintesi un crogiuolo continuo di musica teatro danza movimento azione, dove l’attore è un racconto vivente dell’UOMO con le sue difficoltà quotidiane che partono fin dalla mattina con la corsa affannosa per il lavoro e nel lavoro passando per i suoi sogni, la paura della morte, l’amore, il desiderio di leggerezza e mistica visione, le sue cadute di stile e per finire con un grande abbraccio con il pubblico con un inno alla pace sintetizzata dalla bellissima poesia/canzone di Boris Vian mentre scenicamente enormi tessuti dei colori della pace fuoriescono dalla buca del palco per abbracciare come tanti fili di un immenso arcobaleno tutto il pubblico presente finendo poi in un abbraccio danzato dove l’attore, passando in giro per la platea, invita nuove ed improvvisate coppie a danzare sulle note struggenti e forti dei tanghi suonati da Luca Proietti al pianoforte. Un teatro quindi che diverte coinvolge abbraccia e fa riflettere, con forza stile e leggerezza.

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